"Non necessariamente le frasi mozze, strangolate, strappano impegni.
Carezze avide, musica jazz, qualche sigaretta.
La Betty si sdraia sul cemento dell’aia, in preda a incontenibili scoppi di risa.
A più riprese il clown alza la bombetta, martedì si stringe nelle spalle.
Cade, ma tanto non c’è fondo.
Una brezza più lunga, persistente, capricciosi vapori di nebbia agitano il nero bituminoso e rossastro delle nubi.
E il boato.
Una lunga successione di lampi e di tuoni, qualche chicco di grandine, vento che scuote gli alberi e ne spezza i rami più fragili.
La Betty con la camicia nera e le bretelline viola che sorreggono i blue-jeans, "Niente, non ne so niente!
Ride, ghigna proprio, artiglia la roccia e sputa sulla primavera.
"Io non ne so niente! Andatevene! Tutte le città fanno schifo!"
Asciuga labbra sporche di sangue, polmoni ghirlande secche, occhi a sonaglio.
Torcendosi in cento buffe e
raccapriccianti posture.
"Comincia a cantare, coraggio, cosa aspetti a venir dentro?"
Piove, gronda voce nervosa dal cielo.
Ha bevuto troppo al night.
Palpebre scese e due piaghe amare agli angoli della bocca.
Dio che faccia impossibile.
E il risultato eccolo lì.
Un clown bagnato.
Fulmini strisciano illuminando un quarto del suo seno, della carne bianca.
Poi di nuovo notte.
Non riesce più a spiccicar parola, vorrebbe bere quel piscio acido che gli cola addosso.
Ride, Betty, ride come un ebete triste, in quella serata balorda, consumata, dove non c’è una rotella che ingrani e
i conti non tornano.
Ma si, fanculo... ma si."